invito ad accamparsi in una zona temporaneamente autonoma da forme di oppressione

Qui di seguito un testo germogliato dalle riflessioni nate prima, durante e dopo l’incontro curato da Vera Pravda e Rebecca Agnes in vista del loro progetto “Giardino d’Inverno”: un manuale di possibili pratiche condivisibili. Un progetto in collaborazione con Viafarini.
Working in the vegetable garden/workshop in the vineyards of San Martino, Naples

Il cibo è una questione radicale.

Radicale nel senso che va alla radice, all’essenziale del nostro agire, dei nostri bisogni, priorità e rapporto con il mondo. Che cosa mangiamo, come lo procacciamo, prepariamo, condividiamo e ingeriamo definiscono il nostro habitus, il nostro modo di stare nel corpo, di stare in un “noi”, dell’interagire/fare con/nel mondo.

Le tradizioni festive non sono ingenue. Sono un momento di raccoglimento e uno spazio per la condivisione e la normalizzazione di privilegi, gerarchie e forme di oppressione. Sono una pratica performativa di interiorizzazione del sistema e ago della bussola del quotidiano: determinano il quadro narrativo dentro cui ci muoviamo, come singoli o come collettività. Perciò mi interessa interrogare le tradizioni vestite di convivialità.

La mia riflessione parte dall’assunzione che non si possono modificare le tradizioni: queste sono prassi rinforzate affettivamente dalla nostalgia e dai lutti, dalla mancanza di chi non partecipa più all’incontro festivo. Molte delle tradizioni hanno a che fare con il sacrificio e con la individuazione di che cosa è sacrificabile. Il sacrificio sigilla una forma di compromesso, non nel senso di “patto” con un dio ma come alleanza umana su che cosa è sacrificabile, un concordare quale compromesso tra realtà ed ideale sia auspicabile o fattibile. Cambiare alcune parole nel discorso che la tradizione pone come statement non cambia il discorso: sacrifica nuove parole al discorso dominante.

E che cos’è sacrificabile secondo la narrazione dominante? L’uomo, inteso come elemento specifico e non esaustivo di umanità, ha coniato il concetto di animalità come metro di misura del sacrificabile, ponendo sé stesso, l’uomo (umano-bianco-maschio-etero-abile) all’estremo opposto, come ha efficacemente analizzato Aph Ko [1]. Man mano che “l’altro” si allontana dagli aggettivi che definiscono l’uomo, il concetto di animalità si impossessa della lettura del suo corpo rendendolo disponibile al bisogno e desiderio del soggetto che si definisce come dominatore.

Nel mio caso specifico ad esempio, non posso più sedermi ad una tavola in cui si celebra il sacrificio dell’agnello. Non importa che io non lo mangi, non riguarda solo me e le mie scelte personali: riguarda la narrazione che si sta rinsaldando con l’atto cameratesco di consumare collettivamente un corpo. Pongo qui, per quel che mi riguarda, una differenza tra il quotidiano e il momento di celebrazione: non è mia intenzione disertare le tavole dove persone consumano non-umani, non intendo chiudermi in un mondo immaginario o dare alle mie scelte uno status di superiorità. Riconosco invece il potere rituale e narrativo della celebrazione del sacrificio.

Proprio perché lo riconosco, sento il bisogno di alimentare la comunità, quella eterogenea entro cui si muove il mio affetto, attraverso un momento di incontro e intimità festiva nato sotto un diverso segno.

Il momento festivo è un momento di rallentamento: il tempo si dilata e fa spazio a nuove possibilità, approcci e ricerche. Possiamo anche farci portatori di nuove premesse d’incontro? Come uscire dal concetto di famiglia tradizionale senza perdere coloro da cui proveniamo? Come creare nuove parentele [2] ? Come andare oltre ai ruoli prestabiliti, alle nicchie del sentire per creare spazi di sperimentazione nello stare insieme ? Come andare oltre il consumo e praticare empatia?

Il nostro cervello sinistro ci chiama alla narrazione, le nostre illusioni di “io” e di “noi” si fondano sul flusso narrativo, e questo è uno dei motivi per cui propongo la fondazione di una nuova celebrazione, nella sua accezione più laica, conviviale e festiva, che fondi nuove narrazioni sulla base di nuove premesse all’incontro. Incontro dove Il tentativo di agire al di fuori della matrice oppressiva sia caratterizzato da una dimensione di cura, di prossimità e di godimento conviviale. Propongo uno spazio di convivialità che lasci appesi fuori dalla porta d’ingresso i discorsi e il lato sinistro del cervello. Lasciare fuori dalla porta il mondo in parole, così troppo antropocentrico, per immergersi nel corpo e nelle modalità del cervello destro [3], nella pura pratica e nel puro godimento del trovarsi fisicamente nel presente con le preziose materializzazione dei nostri tentativi.

Una celebrazione necessita preparativi, preparativi che riproducono in piccola scala i meccanismi della nostra società. Come fare in modo che i preparativi diventino spazio-tempo di pratica per stare al mondo diversamente? Come predisporre dei preparativi che diventino nuova mediazione tra il presente e l’orizzonte utopico, pratica di rifondazione del quotidiano, scopo e mezzo dell’incontro? Come cimentarsi in preparativi che tentino “di fare” senza opprimere persone (animali o non), suoli, atmosfere ed acque, con tutti i limiti e compromessi che ciò comporta? Come mangiare una insalata senza utilizzare pesticidi? Come convivere con le lumache rosse dell’orto? Come vestirsi, fare un sugo, senza essere complice dello sfruttamento di migranti, di pecore o di altri sistemi di produzione forzata?

Al di là dei tentativi quotidiani che ognuno di noi può mettere, o no, in atto, è possibile vivere una giornata di celebrazione al di fuori della matrice estrattiva capitalista in una dimensione di incontro conviviale? Come riuscire a vivere senza che la qualità e l’entità del nostro impatto socio/ecologico non siano “semplicemente” garantiti da un terzo, da coloro a cui ho esternalizzato la produzione cura di ogni mia necessità? Quali sono i limiti, di sforzo e di proiezione utopica, dell’agire fuori dalla matrice oppressiva?

Propongo di fare e condividere lo sforzo e i risultati di un tale ottimistico tentativo come momento di celebrazione. Celebrazione dell’ostinato tentativo di prendersi cura radicale del mondo.


[1] Racism as Zoological Witchcraft di Alph Ko.

[2] faccio riferimento alla domanda posta in Staying With the Trouble: Making Kin in the Chthulucene da Donna J. Haraway ma anche al modo in cui The Care Collettive pone la questione della cura: “(…) un mondo basato sulla cura comporta la creazione e la difesa dei beni comuni (…). Tuttavia, poiché gli attuali sistemi tentano di ridurre la cura ai legami di parentela, la critica che facciamo loro e l’immaginazione di ciò che dovrebbe sostituirli inizia dalla famiglia” – in Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza.

[3] Neuroanatomist Dr. Jill Blte Taylor reports the activity of right brain “as compassionate, nurturing and eternally optimistic.”